Itinerario

Stia. La lana nata dall’Arno

in collaborazione con Touring Club Italiano

Ai piedi delle montagne del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, con la complicità delle acque cristalline di torrenti e ruscelli che scrosciano verso valle e si immettono nell’Arno appena nato, si produce una lana speciale e antica. A Stia, infatti, l’uomo ha saputo sfruttare con sapienza la forza della corrente per muovere le macchine che filano la lana e produrre un tessuto speciale: il panno casentino, che deve la sua fama alla purezza delle acque del territorio che assicurano la brillantezza dei suoi colori unici. Nell’ex complesso industriale del lanificio di Stia ha aperto i battenti uno speciale museo, dove si scoprono i segreti della tessitura a mano e, girando fra antichi telai, foto d’epoca e manufatti, si può conoscere l’incredibile genesi di un tessuto raffinato che ha fatto la storia dell’abbigliamento. Da Stia, infine, si raggiunge il Monastero di Camaldoli dove si allevavano le pecore dalle quali si ottenevano i filati per i tessuti dei monaci.

Ai piedi delle grandiose foreste che ammantano il crinale appenninico al confine tra Toscana ed Emilia, l’alta Valle dell’Arno è legata, da secoli, all’arte della lavorazione della lana. In passato decine di migliaia di capi venivano allevati qui, per produrre il filato necessario alla realizzazione di un tessuto molto particolare: il panno casentino. Caldo, resistente e impermeabile, è stato sempre utilizzato per i pesanti sai dei monaci, per i mantelli dei cittadini, per i cappotti e le sciarpe. La storia dell’eccezionale panno del Casentino è narrata in modo avvincente nelle sale ricavate nell’ex lanificio di Stia, sul corso dello Staggia, affluente dell’Arno che bagna il centro del paese. Antichi telai e tessuti tradizionali, fili, panni e gomitoli si affollano nelle sale, che si visitano con in sottofondo l’accompagnamento del rumore delle antiche macchine, riprodotto per rendere l’idea dell’atmosfera di un lanificio dei primi del Novecento. Da Stia si può infine salire fino al solitario Sacro Eremo di Camaldoli, i cui monaci, fino all’Ottocento, allevavano da soli le pecore scure, del colore adatto alla tessitura del panno bruno delle loro tonache tradizionali, che venivano realizzate senza l’uso di tinture. 

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